“Mafia e Legalità”, parte II: i beni, i comuni e le minacce. Cosa possiamo fare?

a cura di Davide Ficarola e Lorenzo Paciello

-> Scarica il report completo qui: MAFIA E LEGALITA’ _REPORT ILGOMITOLOPERDUTO
-> Prima parte del report: I CLAN MAFIOSI SUL TERRITORIO TOSCANO

 

BENI CONFISCATI ALLE MAFIE 

Gli immobili e le aziende che vengono sottratte al dominio dell’organizzazione sono un bene prezioso non solo al fine del reinserimento di questo in un’ottica di mercato economica e sostenibile, ma soprattutto per la sua riqualificazione con scopi etici ed educativi verso la comunità.

I dati consultabili in questa sezione sono stati ottenuti grazie al lavoro dell’Osservatorio sui beni confiscati alla criminalità organizzata in Toscana (OBCT) e alla competenza dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), operativa con statistiche aggiornate sul sito OpenRegio.

Prima di procedere all’analisi del tipo di bene confiscato alle mafie nella regione toscana, è utile ricordare i metodi di assegnazione, su cui talvolta operano conflitti istituzionali e dibatti in sede di opinione pubblica.

Seguendo la disciplina emanata dall’ANBSC, il testo unico antimafia, innanzitutto i beni mobili come i titoli e le partecipazioni societarie devono essere ceduti o venduti ed i relativi proventi convogliati nel Fondo Unico Giustizia. Il ricavato della vendita dei beni deve essere investito al fine del risarcimento delle vittime dei reati di tipo mafioso. Questa soluzione comunque è punto di controversie etiche, motivate dalle possibilità di successive infiltrazioni mafiose nella stessa vendita del bene, che può più agevolmente tornare in possedimento criminale. Dunque, la soluzione commerciale rimane di uso residuale nella pratica istituzionale.

È successivamente prevista anche l’eventuale distruzione o demolizione, quando il bene sia improduttivo, oggettivamente inutilizzabile, non destinabile o non alienabile. Ma, prima di questa soluzione, nel testo si parla di utilizzo in attività istituzionali dell’Agenzia dell’Impiego o cessione a titolo gratuito dei beni ad altri organi dello Stato, agli enti territoriali o ad associazioni di volontariato che operano nel sociale[1].

Riguardo i dati di beni confiscati nella regione Toscana, l’ultimo aggiornamento disponibile a data odierna, del 2 febbraio 2018, fotografa questa situazione, riassunta nella tabella come nel rapporto originale:

 

 

Come si nota, gli immobili confiscati sono ben 450, mentre le aziende sono 47. Del totale (450), solo il 35,5% (160 unità) sono ad oggi definitivamente confiscati alle organizzazioni mafiose, ma solo il 15,7% (71, di cui 2 aziende) destinati ad altro uso.

Per quanto riguarda i 450 immobili, la provincia che ha nel suo territorio più unità è Lucca (151, il 33,5% sul totale), seguono Arezzo (68) e Pisa (54). Firenze ne conta 24 (5,3%).
Invece, il capoluogo toscano primeggia per aziende confiscate, anche per via della maggiore attività economica. Delle 47 totali, infatti, 10 sono in provincia di Firenze, a seguire sempre Lucca (9), Prato e Livorno (7), e Massa Carrara (6).

I beni già destinati, come si legge, sono soprattutto immobili (69). La maggior parte di questi è stata assegnata ai Comuni (64,7%, ovvero 44 beni), mentre i restanti sono stati destinati alla tutela statale e alla vendita (solo 13).

Rispetto ai dati nazionali, la Toscana detiene percentuali molto basse di beni confiscati rispetto alle altre regioni. Per quanto riguarda gli immobili (450), questi rappresentano solo l’1,48% sul totale nazionale (30.315), di cui poco più di 13 mila già destinati.
Rapporto simile per le aziende: le 49 in Toscana sono l’1,3% nazionale (3761 confiscate, di cui 878 destinate a differente uso).

 

COSA POSSONO FARE I COMUNI

Dopo aver discusso della presenza e dell’attività mafiosa nella regione toscana, è utile menzionare gli strumenti di cui comuni e cittadini possono munirsi per anticipare la creazione di zone o culture fertili per la mafia. Le possibilità dei metodi di prevenzione alla corruzione sono state studiate, ad esempio, dall’associazione Civico97, di cui riprendiamo i contenuti di analisi per quanto riguarda la provincia toscana dove, per potere politico ed economico, maggiore è la potenzialità di attirare attenzioni illegali: quella di Firenze.

Si può innanzitutto affermare che la maggior parte dei comuni della provincia di Firenze ha già adottato le misure necessarie: ovvero l’inserimento dei documenti comunali del Piano Triennale di Prevenzione alla Corruzione (PTPC), voluto dalla Legge Severino (Legge 90/2012), entrata in vigore il 28 novembre 2012.

Sono infatti 36 su 42 i comuni che hanno adottato il Piano Triennale di Prevenzione alla Corruzione per gli anni 2016/2018, oggi d’interesse. Solo il 4 per cento della popolazione in provincia vive in un comune che non ha ancora adottato il programma di prevenzione mentre i 6 comuni inadempienti sono tutti di piccole dimensioni (meno di 15 mila abitanti). In più, nel Comune di Pontassieve, in conseguenza all’approvazione del piano, l’amministrazione ha portato avanti gli adempimenti richiesti, tra i quali la formazione specifica per tutti i propri dipendenti, con 12 ore di lezione con esperti del settore.
Un esempio virtuoso quello della provincia di Firenze, dunque, che lascia però spazio a miglioramenti. Tra gli altri dati visibili nel rapporto, si evince che in quasi tutti i comuni (33 su 35) il piano non è stato discusso in Consiglio tra tutte le parti politiche, ma direttamente votato dalla Giunta. Ancora, solo 18 di questi (appena il 51 per cento) hanno emanato un avviso pubblico utile ad informare e coinvolgere chiunque volesse tra i cittadini, le associazioni o aziende locali. Seguendo quest’ultimo dato, la percentuale dei cittadini coinvolti in questi comuni interessati è solo del 32 per cento sul totale provinciale: pesa su questi numeri l’assenza di Firenze. 
Il programma triennale di prevenzione ai fenomeni di corruzione si vota ogni anno entro fine gennaio, scadenza spesso non rispettata (nel 40 per cento dei casi nel 2016). S’inserisce preferibilmente come oggetto d’analisi per le molteplici letture a cui si offre. Per la sua adozione all’amministrazione comunale non è richiesta soltanto un’indagine delle aree a rischio ma, appunto, anche di specificare quali misure ha intenzione di adottare per prevenire possibili illegalità e quali soggetti ne sono responsabili. In più, dal Piano Nazionale Anticorruzione del 2013, ai comuni è richiesto di utilizzare forme di consultazione che sviluppino maggiore partecipazione civica tra i cittadini, in modo da integrare bisogni e interessi collettivi nell’azione politica locale.

Un’altra misura utile alla prevenzione è di ultima conoscenza, ma ritrova la propria disciplina sempre nella Legge Severino e in precedenti articoli giuridici: come tale, quindi, è stata per molto tempo inattuata o addirittura non conosciuta. Stiamo parlando delle misure in difesa del cosiddetto “whistleblowing”[2]
Sul quest’ultimo tema, è stato preso qui in esame un report frutto di una collaborazione tra Civico97, Transparency International Italia e Riparte il Futuro. I risultati non sono incoraggianti, specie per quanto riguarda i cosiddetti Responsabili alla Prevenzione della Corruzione (RPC), ovvero gli stessi enti o comuni, indicati verso questi provvedimenti anche dall’Autorità Nazionale Anti-Corruzione (ANAC).

CHE COS’È IL WHISTLEBLOWING?”

Il whistleblowing si riferisce alla possibilità di un addetto interno ad un’azienda di poter denunciare eventuali attività illecite che avvengono sul posto di lavoro. Ben si comprende che a sfavore della norma s’inseriscono proprio le situazioni di potere o autorità all’interno delle aziende che, spesso, intendono celare ed occultare la propria azione in contrasto con le forme legali istituzionali.

Tramite la Legge Severino, è stato così sancito il divieto di discriminazione nei confronti del whistleblower nel settore pubblico, la confidenzialità seppur condizionata del segnalante e l’esclusione del diritto di accesso per la denuncia fatta, salvo in caso di ipotesi eccezionali. La norma identifica come possibili destinatari delle segnalazioni l’Autorità giudiziaria, la Corte dei Conti ed il superiore gerarchico del soggetto denunciante. Inoltre, l’ANAC ha messo a disposizione dei dipendenti pubblici un proprio indirizzo di posta elettronica dedicato alla ricezione di segnalazioni. 
Con l’entrata in vigore di questa norma gli enti pubblici hanno dovuto prevedere procedure e adottare strumenti adeguati a garantire la riservatezza dell’identità del segnalante così da tutelarlo rispetto ad eventuali azioni sanzionatorie o discriminatorie da parte dell’ente di appartenenza.

Sebbene il dato delle adozioni di questo provvedimento sia in crescita (l’87% dei comuni italiani) nei quattro anni successivi all’entrata in vigore (2012-2016), l’effettiva realizzazione degli strumenti indicati dall’ANAC è meno soddisfacente. Infatti, molto spesso (nel 54% dei casi) è stato predisposto dall’amministrazione solo un canale su quattro di quelli proposti, e questo raramente è quello di protezione dell’anonimato, il preferito per l’attuazione del fine di protezione. Nella stragrande maggioranza dei casi (più del 50%) viene infatti segnalata la disponibilità del servizio per mezzi cartacei o semplice mail. Così, ha meno influenza il dato delle segnalazioni, comunque basso a livello nazionale, che è effettivamente raddoppiato (da 70 a 130) negli anni presi in analisi.

In Toscana, quella delle segnalazioni è una pratica discretamente diffusa. Il secondo comune italiano con più segnalazioni, dopo Roma (44), è Livorno con ben 18. Segue poi Pistoia con 4.

In ultimo, è importante segnalare come questi dati possono esser letti come un’emergenza. Quello che sembra mancare, soprattutto alla luce dell’analisi statistica, è una reale consapevolezza dei responsabili (enti o aziende) su questi problemi e delle relative potenzialità del servizio, che tramite l’anonimato può favorire il ricorso a denunce e recupero di preziose informazioni al fine di maggiore legalità. 
Le indicazioni dell’ANAC appaiono chiare e favoriscono anche l’educazione, tramite corsi appositi, degli operatori comunali. L’obiettivo dichiarato è rendere le pratiche di prevenzione alla corruzione non facoltative o virtuose di solo qualche località, ma obbligatorie per un regolare svolgimento della macchina amministrativa. Al momento, però, in molti casi queste richieste sono disattese.

 

MINACCE MAFIOSE

I dati mostrati di seguito sono, invece, quelli del monitoraggio iniziato nel 2011 dall’Osservatorio Ossigeno per l’informazione gestito dalla Federazione Nazionale della Stampa con l’Ordine dei Giornalisti, diventato nel 2014 organo consulente della Commissione parlamentare antimafia e dell’OSCE.

Non è un lavoro facile quello di selezione delle casistiche relative alla mafia propriamente dette. 
Si è osservato, però, che molte volte anche l’azione di poteri politici, amministratori locali o singoli privati cittadini agiscono talvolta con metodi e interessi che possono essere ricondotti all’interesse mafioso o legato ad attività comunque illecite, ricondotte alla criminalità organizzata. 
Questo avviene spesso con strumenti di giustizia, come le querele o addirittura gli annunci di querele, le citazioni in giudizio con richieste enormi di danni economici fatte con l’unico obiettivo di fermare il lavoro dei giornalisti ed evitare che vengano a galla situazioni di abuso, truffa, utilizzo scorretto o addirittura illegale di fondi pubblici, gravi reati ambientali. Altre volte, prima ancora che tramite forme legali, più tristemente l’ostacolo all’attività di informazione e conoscenza ai fini della comunità si manifesta con minacce, aggressioni fisiche o verbali e discriminazioni sociali.

Il report usato in questa sezione analizza queste forme del fenomeno mafioso in tutte le regioni italiane. Abbiamo selezionato quanto di inerente ci fosse per la regione Toscana. 

Per quanto riguarda le minacce ai giornalisti, la Toscana è la settima regione per numero di casi registrati, dietro a Campania, Sicilia, Puglia, Lombardia, Calabria ed Emilia-Romagna.

Come mostra la figura di seguito (a cura di Elisabetta Tola[3]), i dati della Toscana segnano 2 aggressioni gravi e 12 aggressioni lievi, 3 situazioni in cui sono stati danneggiati dei beni personali, addirittura un’esplosione e un furto, un caso di incendio e di spari verso persone e, in ultimo, il caso di una telefonata intimidatoria.

Si può notare come questi siano dati che, ad oggi, non denotano una condizione di emergenza. Ciononostante, come analizzato in precedenza, la condizione della Toscana a proposito di mafie deve essere quella dell’allerta. Il fatto che in questi territori storicamente non si è avuta esperienza diretta di organizzazioni mafiose stabili e strutturate non deve ingannare rispetto alla possibilità potenziale di subire nel prossimo futuro un aumento della presenza criminale.

Lo stesso discorso vale per quanto riguarda la lettura dei dati sulle intimidazioni agli operatori dell’informazione, comunque leggeri su scala nazionale. Nei sette anni appena trascorsi (2011-2018) sono state segnalate 4 situazioni di aperta discriminazione, due minacce operate sui social network, un caso di ostacolo fisico alla raccolta di informazioni, ben 4 casi di stalking e un fatto emerso con una minaccia espressa con una scritta su uno striscione.

Per quanto si tratti di numeri che destano preoccupazione per la professione, sono molto meno significativi di quanto avviene in altre regioni che guidano nettamente la classifica, come Lazio, Campania e Puglia.

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Note:

[1] I criteri da utilizzare per l’assegnazione dei beni mobili, così come deliberati dal Consiglio Direttivo dell’ANBSC, sono i seguenti:

  • I soggetti che hanno acquisito un titolo di prelazione in quanto assegnatari dei beni in fase giudiziaria;
  • Il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, (qualora trattasi di autocarri, mezzi d’opera, macchine operatrici, carrelli elevatori e ogni altro mezzo per uso speciale), funzionali alle esigenze del soccorso pubblico;
  • L’ANBSC, per l’impiego nelle attività istituzionali;
  • Le FF.OO., per l’impiego nelle attività istituzionali;
  • Gli Enti territoriali;
  • Gli Organi dello Stato;
  • Le associazioni di volontariato che operano nel sociale.

[2] Il termine anglofono è balzato alle cronache nazionali quando le rivelazioni segrete, interne agli organi di sicurezza americani come la CIA, sono state rese pubbliche dal lavoro di hackeraggio o di raccolta di informazioni sensibili di personaggi come Edward Snowden o Chelsea Manning, ex operatori nei suddetti organi dediti oggi alla fuga o ai percorsi di giustizia americana

[3] La grafica è una citazione da questo articolo di Elisabetta Tola: http://www.datajournalism.it/la-mafia-colpisce-tutto-lanno-e-spesso-gli-obiettivi-sono-i-giornalisti-alcuni-dati/. Apparso anche su Agi.

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Bibliografia:

Di seguito citiamo e ringraziamo per il loro lavoro tutti questi operatori istituzionali, associazionistici o accademici:

  • Salvatore Calleri e Renato Scali, “Focus Mafia in Toscana 2018: la Toscana è terra di criminalità organizzata”.
  • Direzione Investigativa Antimafia (DIA), “Attività svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia: gennaio-settembre 2017”, Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento.
  • Regione Toscana con Scuola Normale di Pisa, “Primo Rapporto sui Fenomeni di Criminalità organizzata e Corruzione in Toscana”, (2016, aggiornato giugno 2017).
  • Civico97, “Rapporto sulla partecipazione politica e civica nei comuni della Provincia di Firenze”.
  • Civico97, Transparency International Italia, Riparte il futuro, “SEGNALARE LA CORRUZIONE NEI COMUNI: Rapporto sulle Relazioni dei Responsabili per la Prevenzione della Corruzione nei capoluoghi di provincia italiani”, settembre 2017.
  • Regione Toscana, “Osservatorio sui beni confiscati alla criminalità organizzata in Toscana”, 2018.
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