Il profilo psicologico della Donna maltrattata

Contrastare la violenza di genere è oggi sempre più un’esigenza, un imperativo per cui necessariamente tutti noi, la società e ogni comunità, dobbiamo e possiamo fare qualcosa in più. Sia in famiglia, sia sul luogo di lavoro.
Con questo pensiero, l’associazione del Gomitolo Perduto ha organizzato e presieduto con la  sezione AGI – Avvocati Giuslavoristi Italiani della Toscana e con la Fondazione per la Formazione Forense,  il convegno su questi temi.
Come contrastare la Violenza di genere in Famiglia e a Lavoro” si è svolto in via del Paradiso 5, a Firenze, nell’accogliente bibioteca di Villa Bandini, lo scorso venerdì 16 novembre 2018.  E’ stata l’occasione per discutere e incontrarsi con esperti dei diversi settori: associazioni, giuslavoristi, giornalisti, educatori e insegnanti, scrittori e personale medico. 

Quello che vi riproponiamo è l’intervento “IL PROFILO PSICOLOGICO DELLA DONNA MALTRATTATA”, a cura della relatrice  Teresa Carmen Gagliardi , dottoressa in Psicologa e Psicoterapia, che fa parte della nostra associazione “Il Gomitolo perduto”.

Medusa è la figura mitologica conosciuta come la creatura mostruosa capace di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo.
In realtà Medusa era in principio una semplice ragazza, che fu violentata dal dio del mare Poseidone nel tempio della dea Atena, la quale vendicò la profanazione, trasformando Medusa nel mostro conosciuto, con il volto di donna, le zanne al posto dei denti e un groviglio di serpenti al posto dei capelli.
Nella rappresentazione simbolica, il serpente rappresenta una figura contraddittoria e ambigua di fascino e attrazione e, nello stesso tempo, di repulsione, che ha il potere malefico di sedurre e avvelenare la capacità umana di pensare, con un raziocinio perverso. Queste stesse caratteristiche sono state attribuite alla donna, assumendo nel tempo connotati malefici, come la storia ci insegna. Questa è una rappresentazione di una cultura di retaggio patriarcale, che vede la donna oggetto e proprietà dell’uomo, in nome di una superiorità mai scientificamente provata.
Lo schema patriarcale richiama, per certi versi, i principi dello schiavismo: l’ideologia secondo la quale un individuo appartiene ad un altro, per cui i padroni avrebbero pure il diritto di vita e di morte su quella persona.
A questo dobbiamo aggiungere anche le stereotipie sociali sui ruoli che ci si aspetterebbe dagli uomini così come dalle donne. In generale si parla di violenze di genere, ma a questo proposito, ritengo opportuno fare una precisazione. Con il termine genere si fa riferimento non al sesso biologico attribuito alla nascita, quanto al ruolo pubblico di vivere come donna o come uomo, per scelta personale. Questa precisazione ci permette di considerare nel fenomeno le violenze ai danni delle donne, quelle ai danni degli uomini, quella omofobica, quella verso i transgender e i transessuali (più in generale gli LGBTQI*), nei vari contesti familiari, sociali e lavorativi. Fare questa precisazione è importante perché ci permette di comprendere che il fenomeno della violenza di genere è molto più ampio, noi vediamo una minima punta di iceberg mentre il resto è tutto un fenomeno sommerso.

In questa sede prendiamo in considerazione quella relativa alla violenza sulle donne, in quanto donne, colpevoli di aver trasgredito rispetto al ruolo sociale. Tale fenomeno va sotto il nome di Femminicidio. La parola Femminicidio è un neologismo di recente attestazione, che ha permesso di portare allo scoperto e all’attenzione un fenomeno mondiale, che trova nelle statistiche, la sua ragion d’essere, parliamo infatti di numeri che superano le migliaia, ovvero numeri da genocidio.
La questione del Femminicidio è ampiamente dibattuta, a cominciare dal termine. Io ritengo che dare un nome alle cose, chiamarle per nome, è ciò che permette alle stesse di esistere, altrimenti tutto rimarrebbe negli abissi del silenzio e dell’indifferenza.
Il fenomeno fa riferimento alla violenza esercitata sulle donne in quanto donne, bambine o adulte, in nome di una sovrastruttura ideologica patriarcale, allo scopo di perpetrarne la subordinazione e l’annientamento dell’identità, attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte. 
Quando parliamo di violenza, per praticità facciamo riferimento a diverse forme: quella fisica, volta a far male o spaventare; quella psicologica, fatta di insulti, ricatti, umiliazioni, volta a ledere l’identità della persona; quella sessuale, con l’imposizione di pratiche e/o rapporti indesiderati, tramite la forza o ricatti psicologici; quella economica, che impedisce, ostacola o concorre a far sì che la donna sia costretta in una condizione di dipendenza quando non ha mezzi economici per sé e per i propri figli.
Un discorso a parte meritano, invece, i fenomeni del mobbing, dello stalking e del bullismo, che implicano il concetto di violenza, ma sono caratterizzati da un quadro specifico, dove il denominatore comune è rappresentato dall’intento persecutorio.
Ovviamente non vi sono confini netti tra una violenza e l’altra, essi sfumano tra di loro e possono assumere diverse combinazioni.
La violenza rappresenta comunque un jolly, una strategia che l’uomo può giocarsi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo si trovi ad essere la donna. La violenza in ambito domestico, soprattutto da parte del partner, dell’ex partner o dal marito, ovvero persone che dicevano di amarla, è l’evento più frequente. Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate, continuando così a rimanere un fenomeno sommerso.
Gli abusi e le violenze, specie se in atto da un lungo periodo, determinano in chi ne è vittima un’alterata percezione di sé, delle proprie personali risorse, un senso di fallimento e di isolamento, un’incapacità di immaginare un’autonomia economica o psicologica dal partner, in poche parole una lenta e sistematica erosione dell’identità.
Questo in parte spiega il motivo per cui una donna “accetta” la violenza e non si ribella.
L’ultimo rapporto EIGE (Istituto Europeo sull’Uguaglianza di Genere) comunica che la violenza sulle donne costa 26 miliardi l’anno nel nostro Paese, andando dagli effetti della perdita di produzione economica, al maggior utilizzo di servizi, fino alle spese  personali. Generalmente siamo abituati a vedere l’atto finale della tragedia, ma dobbiamo pensare che la tragedia stava avvenendo anche prima, in silenzio. E quando parliamo di vittime di violenza, dobbiamo considerare che oltre alla malcapitata della situazione, vi sono anche i figli, le famiglie e un intero  sistema sociale che in qualche modo si ritrova coinvolto. 
La violenza rappresenta una trasgressione dei limiti di una persona (che li avesse stabiliti o meno), dove la persona viene annullata a mero oggetto da possedere per mantenere un’illusione narcisistica. La situazione risulta fortemente asimmetrica e le violenze non hanno né le stesse cause, né le stesse conseguenze, né la stessa posta in gioco a seconda della persona che la commette o la subisce. 
Parliamo di donne vittime di violenza e ci si chiede quale sia l’identikit della vittima, la questione è molto semplice, non esiste un prototipo di donna-tipo che subisce, se non il fatto di essere nata nella condizione di donna. Gli studi rappresentativi ci dicono che qualunque donna può essere una potenziale vittima, dove il fenomeno non conosce età, status economico, classe sociale, livello culturale e d’istruzione. Inoltre, dobbiamo tenere conto che i fenomeni psicologici e sociali non rispondono ad una logica lineare, ovvero date delle premesse inevitabilmente abbiamo delle conseguenze, questo sarebbe un modello troppo riduttivo e semplicistico, piuttosto, come ci insegna la fisica quantistica, si fa riferimento a fenomeni molto più complessi, parliamo di processi dove entrano in gioco diversi fattori.

Parliamo, pertanto, non di fattori specifici, ma di fattori di vulnerabilità. Facendo una meta-analisi degli studi in merito possiamo riscontrare tra i fattori di vulnerabilità: 
-fattori disfunzionali nella famiglia d’origine
 -modelli socio-educativi mirati alla sottomissione o all’isolamento 
-aver subito umiliazioni
-presenza di dipendenze in famiglia
-esperienze pregresse di abuso subito o assistito
-scarsa indipendenza economica
-scarsa autostima
-vissuti di vergogna e isolamento sociale
-essere separate o divorziate
-lavorare come libere professioniste, o come dirigenti, imprenditrici
-essere in cerca di occupazione
-avere problemi di salute o disabilità
-aver instaurato legami d’attaccamento traumatici.

Questi fattori possono riguardare sia la vittime che il carnefice, con diverse possibili combinazioni personologiche e situazionali.
Alla base di queste dinamiche vi sono dei meccanismi perversi, non sessuali ma proprio nella relazione, dove centrale è il discorso del potere, l’altro diventa un oggetto da manipolare, controllare e distruggere. Una forma di vampirizzazione graduale, il cui scopo è quello di succhiare la linfa vitale della vittima fino alla fine. L’evoluzione sociale della donna e i profondi cambiamenti nelle istituzioni tradizionali portano oggi ad una rimessa in gioco di alcuni principi che hanno tenuto ben saldo l’uomo per secoli, mettendo in crisi le sue certezze e trovandolo impreparato.
È ovvio che è difficile abbandonare dei privilegi, ritenuti da sempre legittimi, ma questo lavoro è indispensabile. “Uomini che odiano le donne” non rappresenta soltanto un’invenzione letteraria, ma una drammatica realtà sulla quale è necessario sensibilizzare l’opinione pubblica. Non esiste alcuna scusa per la violenza: per gli abusi, per i silenzi e per il disinteresse. Come diceva Einstein: “Il mondo è pericoloso non a causa di chi fa de male, ma a causa di chi guarda e lascia fare”. Allora chiediamoci quante altre teste di Medusa dobbiamo vedere rotolare sulla strada sui nostri passi per capire che dietro quelle sembianze si nasconde semplicemente un volto umano.

Puoi vedere il video dell’intervento, pubblicato sulla pagine Facebook del nostro evento, QUI  .

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